lunedì 12 marzo 2012

Occhio alla “fertipausa” che riduce le possibilità di concepire


Dopo i 41 anni per una donna è molto più difficile restare incinta. Questo periodo gli esperti l'hanno chiamato "fertipausa"
In Italia 3 milioni di coppie infertili, solo una su 6 diventa genitore. Attenzione all’età della donna: a 41 anni inizia la “fertipausa”
Le coppie che non riescono ad avere figli sono in costante aumento. Tuttavia, anche i successi della procreazione assistita sono in aumento: se nel 2005 soltanto una coppia su dieci aveva una possibilità di diventare genitore, oggi questa possibilità ce l’ha una coppia su 6. Ecco quanto emerge al 15° congresso mondiale dell’ISGE (International Society of Gynecological Endocrinology) in corso a Firenze.Buone notizie dunque per i 3 milioni di coppie infertili italiane. Nonostante l’età delle donne che vogliono avere figli sia in continuo aumento, si confermano i progressi della ricerca e delle tecniche nel nostro Paese.«Con i nostri 36.2 anni di media e un 28,1% di over 40 che accede alla fecondazione deteniamo un vero e proprio record – spiega il prof. Andrea R. Genazzani, presidente del Congresso ISGE – Questo fattore incide in maniera indipendente sulla capacità procreativa che si esaurisce circa un decennio prima della menopausa».Per evidenziare questo concetto gli esperti hanno coniato un neologismo: la “fertipausa”. «Dovremmo iniziare a parlare di “fertipausa” – spiega infatti la prof.ssa Rossella Nappi, ricercatore presso il centro per la Procreazione Medicalmente Assistita dell’IRCCS Fondazione “S. Matteo” dell’Università di Pavia – e spiegare alla popolazione senza troppe illusioni che, nonostante i progressi compiuti, a 42/43 anni concepire, per via naturale o artificiale, è possibile ma estremamente difficile».È chiaro che l’aumento dell’età in cui le persone decidono di mettere su famiglia non aiuta. Se poi questo si abbina a una legge particolarmente restrittiva in merito, tutti i successi vanno visti sotto una nuova luce, evidenziando il buon livello di assistenza nel nostro Paese.«Siamo leader nelle tecniche di fecondazione in vitro con ovuli scongelati (3.284 cicli nel 2008) una scelta inizialmente “obbligata” dalla normativa ma ora sempre più diffusa a livello globale perché rappresenta una chance di conservare la fertilità per chi debba sottoporsi a terapie oncologiche – continua Genazzani – Stiamo gradualmente riducendo i livelli di gravidanze plurime (oggi sono il 22,3% del totale), contiamo 350 centri, una tradizione di eccellenza eppure ogni anno ancora circa 10.000 coppie decidono di rivolgersi all’estero, una cifra pari al 30% dei 25mila europei che vanno in altre nazioni per ricorrere alla PMA».La Spagna è la principale meta, con un incremento notevole negli ultimi anni. Seguono la Svizzera, la Francia e ultimamente, grazie ai costi più contenuti, i Paesi dell'Est Europa.Il Congresso dedica ampio spazio al tema della riproduzione assistita, con i più importanti nomi internazionali, fra cui il prof. Bruno Lunenfeld, il “padre” delle gonadotropine cui è stata affidata la lettura inaugurale.Dal 2004 a oggi sono 385mila le coppie italiane che hanno tentato la strada della procreazione medicalmente assistita: di queste 65mila sono diventate genitori.«Fra le nuove opportunità da valutare vi è il “social freezing” cioè la possibilità di congelare gli ovociti in giovane età (sotto i 35 anni) per poterli poi utilizzare quando la donna deciderà di diventerà madre – spiega la prof.ssa Nappi – Oggi in Italia è possibile fare una pianificazione riproduttiva soltanto se si devono affrontare patologie come quelle oncologiche. Ma sempre più donne si informano su congelamento che potrebbe essere introdotto anche a livello generale, con costi a proprio carico».L’infertilità è dovuta nel 35,4% dei casi all’uomo, nel 35,5% la causa è femminile, nel 15% attribuibile a entrambi i partner e nel 13,2% è inspiegata. Compito dell’ISGE è indagare in particolare le ragioni di tipo endocrino, proprio perché la Società si caratterizza per una visione a 360° gradi dell’impatto degli ormoni sulla vita della donna e sulla sua funzione riproduttiva.«Siamo i soli a studiarne l’effetto specifico sui vari organi e sistemi con un approccio di genere, che non si limita a momenti come l’adolescenza, al controllo della fertilità, alla gravidanza e alla menopausa ma vuole comprendere più nel complesso anche la ricaduta sulla salute complessiva – sottolinea il prof. Genazzani – Molto interessanti sono le implicazioni sulla psiche e sulla modulazione dell’umore, un settore in cui l’Italia è all’avanguardia. Un momento cruciale è la menopausa, quando cessa la produzione degli ormoni che rappresentano il “motore” dell’organismo femminile. Il loro calo, improvviso o graduale, determina in ben una donna su 4 alterazioni dell’umore, sino a veri e propri sintomi depressivi».Altra conseguenza del crollo estrogenico è l’aumento del rischio cardiovascolare, che cresce fino a diventare la prima causa di morte. I problemi più diffusi per le over-50 sono le vampate di calore, molto frequenti soprattutto nei primi anni di menopausa, che interessano circa 3 donne su 4. I problemi di secchezza vaginale, un sintomo leggermente più tardivo, riguardano invece il 25-30%. Soffre d’insonnia una donna su tre in pre-menopausa e una donna su due in peri- e post-menopausa.Il Congresso, che riunisce i più autorevoli esperti mondiali, rappresenta un’occasione unica di aggiornamento e di riflessione sul ruolo del ginecologo nella prevenzione dei disturbi di genere.«Riguardo la crescente infertilità, al di là delle decisioni individuali, dei cambiamenti sociali e dei progressi della scienza, noi abbiamo già oggi il dovere di valutare l’età della donna come fattore predittivo importante ed indipendente e tenerne conto nel counselling della coppia che si trova ad affrontare la crisi dell’infertilità – conclude la prof.ssa Nappi – In parallelo la ricerca clinica deve proseguire per individuare markers sempre più accurati che permettano l’identificazione di chi più facilmente potrebbe non rispondere ai trattamenti, nel rispetto di un buon equilibrio costo/beneficio così che le nostre pazienti non vengano sottoposte a cicli di stimolazione per PMA inutili e talvolta, soprattutto in caso di fallimento, con pesanti risvolti sulla vita personale e di coppia»




La Stampa - 10/03/2012 - donne, concepimento e procreazione assistita


Source: Ufficio stampa Intermedia


martedì 21 febbraio 2012

Lo specialista: "Troppe donne vanno all'estero e tornano con una gravidanza gemellare"


Alberto Revelli è il responsabile del «Centro di Fisiopatologia della riproduzione e Pma» all’ospedale Sant'Anna. Ha studiato casi, pubblicato ricerche, ma soprattutto ha incontrato «donne a metà». Che a metà non lo sono per niente ma così si sentono perché hanno un desiderio che da sole non riescono a realizzare.

«È un lavoro particolare il mio - dice - credo che scriverò un libro per spiegare quanto sia complicato. Non solo da un punto di vista clinico, intendo».

Etico? Fate nascere vite che altrimenti non esisterebbero? «Ci proviamo. Non sempre ci riusciamo. Quando non accade, la delusione della paziente è un po’ anche nostra».

Com’è lavorare al Sant’Anna? «È l’ospedale ginecologico migliore d’Italia, degno di concorrere con quelli europei. Il punto sono le norme che ci regolano».

Che cosa regolano? L’ospedale o i medici? «Regolano la cosa pubblica. Sono norme anacronistiche. Accade spesso in Italia».

Per esempio? «Siamo in un periodo di austerity e non si bonificano voragini da cui escono euro a cascate perché seguiamo regolamenti vecchi».

Quali voragini? «Molte torinesi ricorrono ai centri pubblici in Lombardia dove non pagano nulla e così si dilapida il fondo per la nostra sanità».

In che modo, scusi? «Il contributo che la Regione Piemonte riserva alle tecniche di procreazione assistita è molto basso. Per questo le pazienti, devono pagare il ticket per prelievi ed ecografie: perché la Sanità possa rientrare un minimo nelle spese».

Ma la Lombardia non si rivale sul Piemonte? «E’ proprio questo il punto. La Lombardia ci chiede un rimborso salatissimo perché da loro il contributo previsto è molto più alto che da noi. Perciò finisce che paghiamo più di quanto avremmo speso se l’inseminazione fosse stata praticata qui. Bisogna fare in modo che la Regione Piemonte rimborsi alla Lombardia la stessa cifra prevista qui. Ciò comporterebbe un risparmio immpediato Piemonte e, nel lungo periodo, costringerebbe la Lombardia a chiedere un ticket alle pazienti piemontesi per rientrare delle spese. Così’ la concorrenza sarebbe sulla qualità, e non sui costi».

Hai mai pensato che le donne torinesi decidano di andare in Lombardia per altre ragioni? «Perché non hanno fiducia nei nostri centri? Lo escludo. Andrebbero all'estero.

Allora è vero che i medici stranieri sono più capaci? «E’ un luogo comune che ancora circola. Lo erano una volta, anche perché in Italia per anni, in particolare tra il 2004 e il 2010, eravamo pieni di leggi e leggine che limitavano sapere ed esperienza dei medici».

Quindi non ci sono ragioni per cui, oggi, una donna che vuole un figlio dovrebbe andare all'estero? «Ci sono, ma solo per quelle pratiche che in Italia non sono consentite».

Come l’«ovodonazione»? «Per la donazione di un ovocita sano della femmina e quella di un seme fertile del maschio. Ci sono parecchie donne, alle soglie dei cinquant'anni, che vanno a Bruxelles, a Barcellona, nei paesi dell’Est, e poi tornano a Torino con gravidanze gemellari e gravissimi problemi, diabete, ipertensione. Anche di queste si fa carico il sistema sanitario piemontese».

E ci mancherebbe. Scusi, ma lei non parla che di costi e spesa pubblica? «E anche di moralità. Di cui il nostro lavoro non può fare a meno. Vogliamo discutere, per esempio, del 20-30 per cento di pazienti indigenti che ricorrono alla fecondazione?».

Tutti hanno diritto a avere un figlio. O no? «Sì, ma poi un figlio ha diritto di essere mantenuto. Se una coppia si presenta con l'esenzione totale per reddito mi chiedo come potrà mai crescere un figlio».

Poveri, ricchi, donne giovani, più mature. Pare che l'infertilità sia un problema diffusissimo. E' così? «E’ così per ragioni principalmente sociali: le donne rimandano la gravidanza. Aspettano di laurearsi, poi cercano un lavoro. E il tempo passa».

Inquinamento, alimentazione, stress. Non hanno nessun ruolo? «Più di quanto si possa credere. Ci sono studi che mettono in relazione l'uso di pesticidi, materiali plastici, tossicità, con l'infertilità maschile. Anche questa è in aumento».

Ma perché, secondo lei, di salute sessuale e riproduttiva si parla così poco? «Ne parliamo poco in Italia. Negli Stati moderni si organizzano corsi fin dalle elementari. L'Italia è un Paese timoroso. Siamo pieni di potenzialità ma piuttosto che cambiare e vivere di slancio teniamo fermi i piedi nel passato. Salvo miracoli, raramente ci schiodiamo da lì».


venerdì 17 febbraio 2012

A volte la sfiga ci vede benissimo

Laura è una donna di 40 anni, mamma di due gemelli di 4 anni, vedova.

La sua storia recente l'ha scritta lei in questa lettera ad un giornale, vi lascio alle sue parole

http://www.viterbonews24.it/news/mio-marito-si-%C3%A8-suicidato,-ho-bisognodi-lavorare-per-mantenere-due-bambini_9747.htm



Marito si suicida, donna chiede aiuto per mantenere i figli
VITERBO – ''Ho 2 figli gemelli di 4 anni, abito a Tarquinia. Mio marito, Franco Mattei, il 24 giugno 2011, si è tolto la vita impiccandosi, io sono rimasta sola e alla disperata ricerca di un lavoro per poter far mangiare i miei figli. Mi sono più volta rivolta alle autorità competenti per chiedere un aiuto ma ho ricevuto solo promesse e niente fatti . I miei figli devono mangiare. Ho deciso di scrivere una lettera da far pubblicare sul vostro quotidiano nella speranza che si smuova la coscienza di qualcuno''.
E’ il drammatico testo inviato alle redazioni da Laura D’aureli, 40 anni, residente a Tarquinia, disoccupata da tempo, alla quale, per un errore burocratico, è stata sospesa anche la pensione di riversibilità di 456 euro al mese. ''Dovrei ricominciare a riceverla – dice al telefono con la voce rotta dalla commozione – alla fine di febbraio''. Nel frattempo tira a campare con i due figli gemelli, una femminuccia e un maschietto, grazie ai 300 euro al mese che riceve dai servizi sociali, ai quali si è rivolta su consiglio del sindaco di Tarquinia Mauro Mazzola, e, soprattutto, con l’aiuto della madre, vedova e invalida, e della sorella, insegnante. Tra l’altro, è improvvisamente morto anche un suo zio, Sergio Benedetti, che l’aiutava come poteva.
''Dai genitori di mio marito e dai suoi due fratelli – spiega – non ho mai ricevuto aiuti. Del resto non abbiamo mai avuto buoni rapporti fin da quando Franco ed io eravamo fidanzati. Ora abbiamo addirittura una controversia giudiziaria per la parte d’eredità che sarebbe dovuta andare a mio marito''.
Sull’omicidio del marito dice:
''Al di la del dolore per la perdita, sono angustiata per il fatto che non ha lasciato nemmeno un biglietto per spiegare il suo gesto. Io ho fatto molte ipotesi, ma non ho alcuna certezza. Ritengo però indicativo che si sia impiccato sull’impalcatura cui stava lavorando alla ristrutturazione della casa dei miei genitori, proprio davanti alla camera da letto di mio padre, al quale era attaccatissimo. Credo che la sua morte, avvenuta poco prima, insieme alle crisi depressive di cui soffriva e per le quali era in cura da uno psicologo, abbia avuto un ruolo non secondario. Oltre tutto, si è suicidato proprio il giorno del compleanno di mio padre. Poco tempo prima – sottolinea – Franco aveva avuto un brutto incidente stradale, dal quale uscì vivo per miracolo. Ora mi viene il dubbio che anche quello potrebbe essere stato un tentativo di suicidio''.
Laura e Franco si sono conosciuti sui banchi di scuola, all’istituto per geometri. Subito dopo il diploma si sono fidanzati e poi sposati. Lei si è iscritta all’università della Tuscia, alla facoltà di Lingue e letterature straniere. Poi, dopo un lungo calvario e una inseminazione artificiale eseguita a Bruxelles, sono nati i gemelli. E lei ha lascito l’università a pochi esami dalla laurea.
''Dire che desideravano avere dei figli – sottolinea - non rende nemmeno lontanamente l’idea di quanto abbiamo fatto per diventare genitori. Franco era orgoglioso e felice dei gemelli. Anche per questo non riesco a capacitarmi del suo gesto''.
Poi Laura racconta di aver scritto praticamente a tutti le autorità pubbliche e politiche per chiedere un lavoro con il quale sostentare i due figli e lei stessa. Ha scritto anche al vescovo di Civitavecchia e Tarquinia, alla governatrice del Lazio Renata Polverini, al presidente della Repubblica e a un sacco di altre persone.
''Qualcuno – ricorda - mi ha risposto esprimendomi comprensione. Altri non mi hanno nemmeno risposto''.
''Io –prosegue – non chiedo elemosine, chiedo un lavoro. Voglio far vivere ai miei figli un’esistenza dignitosa, farli studiare e fargli dimenticare la tragedia che hanno vissuto. Da quando è morto il padre non riescono più a dormire nella loro cameretta. Dormono con me, nel lettone''.
Laura ha avuto varie esperienze lavorative. Per ultimo, il comune l’ha nominata rilevatrice per il censimento generale. Contemporaneamente lavorava presso la cooperativa Pantano come impiegata.
''Ma ero solo una stagionale – dice ancora -, dopo pochi mesi anche quell’attività e finita''.
''Capisco – conclude – che sono momenti difficili per tutti, che siamo in molti ad avere bisogno di lavoro. Ma la mia situazione è particolare, drammatica''.



mi domandavo: cosa posso fare? non molto per la verità!

Ma possibile che il suo Comune oltre all'elemosina dell'assistenza sociale non possa trovarle un lavoro?


e allora ho scritto una mail al sindaco : segreteria.sindaco@tarquinia.net
"Trovatele un lavoro per la miseria!"

il lavoro è alla base della dignità della persona, che società è questa che non tutela casi estremi come questo?

mi sono sentita molto turbata da questa storia, sia per la crudeltà di quello che sta vivendo Laura sia per la mancanza assoluta dello Stato che dovrebbe tutelarci (e in questo caso AIUTARE!)


fate altrettanto grazie

lunedì 13 febbraio 2012

Chiedo asilo politico alle gemelle Kessler

1 febbraio 2012
In Italia, se e quando si farà una legge sul testamento biologico, sarà una cattiva legge. Come è accaduto per quasi tutte le disposizioni in materia di diritti civili. Dalle nostre parti vige infatti una sola regola: dobbiamo soffrire. Per avere figli o per non averli, per unirci civilmente o per svincolarci dal matrimonio, per decidere quando la nostra vita abbia un senso e per scegliere quando sia finita. Volendo scappare da un Paese sanfedista, dove sono più importanti gli embrioni non-nati degli esseri umani già nati e dove a qualcuno piacerebbe tenerci tutti in stato vegetativo, l’unica soluzione è di chiedere asilo politico… alle gemelle Kessler. Dadaumpa

di Paolo Izzo da http://letteretiche.wordpress.com

lunedì 28 novembre 2011

Per le donne, contro i paladini della non-vita

intervista a FILOMENA GALLO (*) di PAOLO IZZO

(*) Segretario nazionale della "Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica"


Nel lontano febbraio 2008 Emma Bonino denunciò che in Lombardia erano rimasti solo 2 o 3 ginecologi disposti ad ottemperare alla legge 194 e quell'allarme passò quasi inosservato. Oggi la Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l´applicazione della 194) rende noto che in tutta Italia rimangono soltanto 150 medici non obiettori di coscienza. Tra poco nel nostro Paese non sarà più possibile abortire?

Esistendo una legge che prevede l'obiezione di coscienza è ovvio che ci siano medici che attuano questa possibilità. Però, innanzitutto, non deve essere interrotto il servizio medico-sanitario e l'Azienda ospedaliera dovrebbe garantire la continuità del servizio: quindi le donne dovrebbero cominciare a denunciare, cosa che attualmente non avviene perché la donna che deve abortire ha dei limiti temporali da dover rispettare e quindi è più occupata a trovare la struttura idonea, il che si trasforma in un pellegrinaggio nei vari ospedali pubblici.
C'è una mancanza di applicazione delle norme: la 194 è una legge che tutela la maternità e prevede l'interruzione di gravidanza laddove sussistano gravi problemi per la salute della donna che, come affermato dalla Corte costituzionale, nella scala dei diritti sta ad uno scalino più alto rispetto al nascituro. Dovrebbe essere possibile anche nelle strutture private eseguire l'aborto. Ma il medico obiettore non dovrebbe poter lavorare poi nel privato. Oggi possiamo accedere alla sanità privata per tutto, ma non per abortire.


Come mai?

Credo che ciò non sia possibile perché si vuole esercitare un controllo senza senso sulla metodica. Non si riducono gli aborti con i divieti e i percorsi ad ostacoli ma con politiche di prevenzione e intervento mirate! Poi non c'è solo il medico obiettore di coscienza. Ci sono altre figure professionali, come gli anestesisti, che sono coinvolte. Io faccio a volte un parallelo: anche la legge 40 prevede l'obiezione di coscienza, ma siccome è un settore specifico, peraltro molto nel privato, chi ci lavora sa su cosa lavora e l'obiezione di coscienza è inferiore. Poi, quando nel pubblico vengono rifiutate le applicazioni di alcune tecniche di fecondazione assistita, il medico non si dichiara obiettore, però dichiara che si tratta di una scelta aziendale. Quindi credo che la responsabilità sia da ascrivere non solo ai medici, ma anche alle aziende ospedaliere per le politiche che determinano.


Quali sono gli estremi per le denunce? L'omissione di soccorso è tra questi?

Sicuramente l'abuso di ufficio, in quanto non si garantisce la continuità di un servizio. Ma si configura anche l'omissione di soccorso, nel momento in cui la donna si trova alla settimana limite e può essere in pericolo la sua salute.


Un farmacista può essere obiettore di coscienza?
No. E anche in quel caso ci troveremmo in presenza di un abuso di ufficio. Perché il farmacista è obbligato a fornire un farmaco se c'è una prescrizione medica: non si può sostituire al medico, che è l'unico abilitato a prescrivere l'uso di quel farmaco.


Un'altra questione recente è la legge regionale 160, presentata in Piemonte, che prevederebbe sovvenzioni a organizzazioni cattoliche per dissuadere e comunque per schedare le donne che si rivolgano agli ospedali per interrompere una gravidanza.
Questa legge è passibile di procedura costituzionale, perché verrebbero intaccate le libertà personali della donna. Leggendo il testo si evince che questi "Centri della tutela della maternità e della vita" dovrebbero convincerla a non abortire, di fatto sostituendosi ai consultori. Dal nostro ordinamento stanno scomparendo i consultori, che sono il centro primo di ascolto per le famiglie. Se una donna abortisce, applicando alla lettera la 194, lo fa per un preciso motivo: viviamo in un Paese dove non si fa prevenzione per tutto ciò che riguarda le malattie sessualmente trasmissibili, non si fa nessuna informazione né educazione sessuale nelle scuole.
La 194 non serve a favorire l'aborto per la ragazza che non ha usato metodi contraccettivi, ma a tutelare la salute della donna e del nascituro. E interviene in alcune fattispecie concrete: prevedendo perciò anche l'intervento dei servizi sociali e del Comune, affinché un limite economico non debba portare a una interruzione di gravidanza. L'intervento dei "Centri della tutela" e delle associazioni pro-life, pur autorizzati dall'Azienda sanitaria locale, vanno di fatto a violare la privacy della donna che ha intenzione di abortire. L'aborto non è una passeggiata e nel momento in cui prendi una decisione del genere non devi avere la persona che ti tartassa per motivi religiosi per farti recedere da questa volontà o da questa scelta sofferta.


C'è il paradosso, quindi, di non fare prevenzione e poi di impedire alle donne di accedere alla 194. Qualcosa di simile accade anche per la legge 40?
Dipende sempre da mancanza di prevenzione e di informazione. Si deve sottolineare che l'applicazione della 194 ha fatto scomparire l'aborto clandestino in Italia, pur essendoci ancora il problema per le donne immigrate e chi oggi si professa medico pro-life probabilmente è il medico che potrebbe farlo clandestinamente. Inoltre va segnalato che non c'è più la morte delle donne che abortiscono, piaga molto presente prima della legge 194. Stessa cosa per la legge 40: pur prevedendo la stessa legge una campagna di informazione sulla prevenzione dell'infertilità, questa viene completamente disattesa!
A noi non serve un sottosegretario che vada a evidenziare che le donne scelgono di avere bambini in età sempre più avanzata. A noi serve un ministro della Salute che tuteli la salute di tutti, facendo campagne informative per tutte le patologie, tra cui quella dell'infertilità.


Quali sono le cause dell'infertilità e della bassa natalità in Italia?
Intanto, attualmente, è sempre la donna che fa un passo indietro e a volte rinuncia a maggiori incarichi di lavoro, oppure quel lavoro è a tempo determinato o, peggio, a nero; è lei che si occupa di una famiglia anziana che non ha giusto apporto di assistenza dai servizi sociali, dal… welfare. Mancano gli asili, l'assistenza per la famiglia: se lavori e non hai una mamma o una suocera giovane, devi mettere in conto una quota per un asilo privato o per una baby sitter. Il sistema francese dov'è?
In Francia una famiglia che paga una baby sitter stacca un pagamento regolare da un carnet, certificato dallo Stato, e lo scarica dalle tasse… In Italia tutto questo non c'è e quel vuoto di welfare viene colmato dalle donne, il cui orologio biologico è lo stesso delle donne francesi, ma quando qui cominci ad avere difficoltà ad avere un bambino, lo Stato si accanisce con leggi che rendono il percorso ancora più difficile.


Ma non dovremmo far parte anche noi dell'Europa?
Infatti abbiamo una risoluzione del Parlamento europeo del febbraio 2008 che invitava tutti gli Stati membri a garantire un accesso universale alle tecniche di fecondazione assistita e a rimuovere le cause che possono determinare condizioni di infecondità, tra cui le cause sociali. E il nostro Stato cosa fa? Nulla. E non ci si rende conto che la genitorialità cosciente e responsabile che il Movimento per la vita e tutte le associazioni e i politici pro-life vanno ad esaltare, di fatto è impedita da politiche inidonee a livello sociale.


A proposito dei paladini della sacralità della vita, dal momento che sembrano occuparsi più dei non-nati o delle persone in stato vegetativo, viene più volte di pensare che in realtà siano paladini della non-vita… Cosa dobbiamo aspettarci in tema di testamento biologico?
Per tutto quello che riguarda la vita umana io parto da un unico presupposto: ci deve essere il rispetto della volontà della persona. E ciò vale per il testamento biologico, per l'eutanasia e anche per chi, non volendo decidere, in caso di uno stato vegetativo si affida alla assistenza del medico. Ma anche in questo caso deve avere la giusta assistenza. Attualmente gli viene data tutta, guarda caso, da istituti privati religiosi che però prendono soldi dallo Stato italiano: perché questa carità e solidarietà cristiana, giacché lo Stato del Vaticano ha tantissimi soldi, deve prendere soldi dalla Sanità pubblica italiana? Lo Stato italiano da parte sua dovrebbe invece intervenire nelle strutture pubbliche o private ma non a carattere religioso. E solo così ci sarebbe una assistenza "giusta".
Dice correttamente che si occupano della non-vita: sono anni che chiediamo venga aggiornato il nomenclatore tariffario, che ci sia un aggiornamento dei Lea, parliamo cioè di assistenza ai soggetti più bisognosi, i malati, che invece sono completamente dimenticati dall'agenda politica. Di fatto questa classe dirigente della non-vita predica bene e razzola male. Allora dovrebbe dirlo esplicitamente: "noi vogliamo imporre la nostra volontà a tutti!". Invece non lo fa, ma crea tantissimi paletti alla libertà delle persone con leggi cattive che poi vengono magari interpretate o cancellate da buoni giudici, perché dannose per la salute e lesive dei diritti costituzionali rilevanti. Dovrebbe essere il contrario: dovrebbe essere il Parlamento a fare buone leggi.


Tornando alla fecondazione assistita, c'è stato invece un tentativo in extremis da parte del sottosegretario Eugenia Roccella per far confermare linee guida anche peggiorative di una cattiva legge. Si aspetta che il nuovo ministro della Salute, Renato Balduzzi, molto legato ad ambienti cattolici, le ratifichi o le respinga?
Intanto il tentativo della Roccella è fallito perché attualmente sono in vigore le linee guida del 2008. Dal ministro, giacché è anche un docente di diritto e ha un ruolo da tecnico, mi aspetto che faccia il tecnico: non c'è urgenza che vengano emanate queste linee guida perché siamo in attesa dell'udienza in Corte costituzionale sull'eterologa; inoltre le linee guida dovrebbero recepire la giurisprudenza di questi anni che ha dato un'interpretazione costituzionalmente orientata della legge 40, prevedendo che l'accesso a tecniche medico-sanitarie sia consentito a tutti coloro che ne hanno bisogno, compreso chi potrebbe avere figli in modo naturale, ma che di fatto è considerato infecondo perché evita di avere una gravidanza per non trasmettere gravi malattie.


Anche nel colpo di coda di Roccella c'è un infierire sulla donna, perché se un uomo è affetto da una malattia genetica trasmissibile può accedere alla fecondazione assistita. Mentre la donna no. Perché questo odio contro le donne?
Viviamo un'epoca in cui la donna deve essere punita in tutti i modi, e lo dimostrano leggi come la legge 40 o anche solo il diniego di epidurale: c'è una cultura che prevede che la donna italiana sia trattata nel peggiore dei modi. Eppure la donna rappresenta una risorsa importantissima in questo paese, ma viene punita con leggi di ispirazione ideologica e non valorizzata come giusto che sia. Potrebbe essere una risorsa anche per il mondo del lavoro, ma quanto dovremo ancora attendere affinché tutto ciò sia compreso da quei decisori politici attualmente solo al maschile?

giovedì 24 novembre 2011

Cittadini bioeticamente sensibili – Intervista a Marina Mengarelli

di Paolo Izzo



Marina Mengarelli, sociologa, presenterà il suo libro “A che serve la bioetica?” (Ed. L’Asino d’Oro – prefazione e postfazione di Carlo Flamigni) oggi alle 16.30 alla libreria Amore e Psiche di Roma (via S. Caterina da Siena 61), con Emma Bonino, vicepresidente del Senato, la ginecologa Mirella Parachini, la giornalista Mirella Taranto e Filomena Gallo, avvocato e segretario dell’Associazione Luca Coscioni. Un parterre femminile d’eccezione per un pamphlet che chiarisce molto sulla bioetica e che risponde con semplicità alle questioni cosiddette “eticamente sensibili”. I proventi del libro andranno proprio alla Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Come sottolinea l’autrice, «è una dedica e una piccola forma di aiuto, perché ho un grande rispetto e anche una grande speranza nell’associazionismo, quando si impegna a far capire a più persone possibile temi come quello della bioetica».
Dottoressa Mengarelli, cominciamo proprio dal titolo del suo libro: “A che serve la bioetica?”
Rispondere a questa domanda secondo me è molto più interessante della parola “bioetica” in sé, che è complicata e difficile. Bisogna far capire quanto in essa ci siano cose essenziali e semplici, che riguardano le vite e i diritti dei cittadini: libertà di opzione, libertà di cura, salute. La bioetica però può essere intesa in due modi completamente diversi: come strumento al servizio dei cittadini e della loro autodeterminazione, oppure come strumento per un paternalismo bioetico, oggi prevalente in Italia, che è un nemico feroce della autodeterminazione.
Quale “dovrebbe” essere il fine della bioetica, allora?
Far crescere il numero di cittadini in grado di conoscere da soli quello che lo sviluppo della scienze e delle tecnologie propone, anche nelle sue complicazioni e e difficoltà. L’obiettivo è quello di mettere le persone nelle condizioni di essere “decisori” di se stessi, con delle informazioni disponibili.
Il Comitato Nazionale di Bioetica serve a qualcosa in questo senso?
Serve a seconda di ciò che in ciascun Paese è stato strutturato intorno a questi argomenti. La scienza ci ha mostrato i cammini possibili: a seconda dell’idea che si ha nella testa, la bioetica viene disegnata al servizio dei cittadini – e questo accade in Paesi diversi dal nostro – o più al servizio di un’idea teorica e direttiva di quello che “deve” essere la bioetica. Il CNB italiano, a differenza di uno dei più famosi in Europa che è quello francese, è già di per sé molto diverso, perché è al servizio del Consiglio dei Ministri: chiaramente è un organo di tipo politico. Quello francese, invece, ha la sua derivazione – i suoi membri, cioè, sono decisi – dalla Presidenza della Repubblica, cioè è super partes rispetto alla politica. Già da questa differenza si capisce in che Paese viviamo: da noi il CNB è un organismo al servizio della politica, mentre in Francia è al servizio della comunità.
A proposito di politica, nel libro rileva spesso l’importanza delle parole in campo bioetico. Per esempio da noi si parla di “Procreazione” Medicalmente Assistita o di “adozione degli embrioni orfani”: sono espressioni che danno già una connotazione cristiano-politica al tema trattato?
Esatto. Si parla molto, nel libro, del linguaggio che viene usato per definire gli argomenti. Perché il linguaggio è un modo di costruire la realtà. Semplicemente, un certo suo uso significa farne scaturire una interpretazione e una conoscenza già orientate: dove noi per esempio diciamo “procreazione”, termine più vicino a una sensibilità di tipo cattolico, in altri Paesi si utilizza “artificial insemination”.
Tre episodi recenti. In extremis rispetto a un regime che stava crollando, Eugenia Roccella ha confermato le linee guida della famigerata legge 40 – nonostante avverse sentenze da parte dei Tribunali in materia di fecondazione assistita – a scapito delle coppie (anzi, delle donne!) affette da malattie genetiche; qualche tempo prima, una statistica aveva rilevato come in Italia siano così tanti gli obiettori di coscienza negli ospedali, che sono rimasti soltanto 150 ginecologi disposti a praticare aborti in osservanza alla legge 194; mentre è recentissima la notizia che in Piemonte è stata proposta la Legge regionale 160, che prevederebbe un apposito spazio (e il sostegno economico) di volontari cattolici, nei consultori delle strutture sanitarie, con il compito di dissuadere le donne che vogliono abortire e, di fatto, di schedarle. C’è un filo che lega questi tre passi… indietro?
Sì: un clima complessivo culturale da cui non può che venire fuori una bioetica come quella che viene praticata in Italia, cioè paternalista. E’ una bioetica che si mette al posto del cittadino e gli dice come si deve comportare, ma non rispetto al traffico, al colore che deve avere il semaforo per attraversare la strada, ma rispetto alla sua stessa vita! Ed è per questo che è importante che le persone capiscano le parole della bioetica, cosa c’è “dentro” la bioetica: la libertà delle persone, c’è!
“A che serve la bioetica?” esce con l’Asino d’oro, che è anche l’editore dei libri dello psichiatra Massimo Fagioli, il quale a più riprese, partendo dalla psichiatria ma anche intervenendo sui temi della bioetica, è stato drastico: «Lo Stato deve togliersi di mezzo nei rapporti privati, addirittura intimi. In particolare nel rapporto uomo donna» e in quello tra medico e paziente… Cosa ne pensa?
E’ un punto di vista che personalmente mi sento di condividere. Sulle questioni della libertà di coscienza farei addirittura un ragionamento, a questo punto, che va al di là del rapporto col medico. Anche nella relazione tra cittadino e rappresentante, viene spesso tirato fuori il paravento della libertà di coscienza… dell’eletto! Il quale, per evitare di prendere una decisione, va ad influire su un’altra libertà, che è quella del cittadino rispetto alla autodeterminazione.
Stiamo parlando della vita delle persone. Secondo lei quando ha inizio la vita?
La vita personale, individuale secondo me comincia non prima che l’embrione si annidi nell’utero. Fino a quando non c’è una madre che lo accoglie, l’embrione in sé è virtuale, cioè non ha nulla della “attualità”. Potrà avere accesso a un percorso di attualizzazione della sua virtualità soltanto grazie a una donna che lo accoglie. Oltre all’accoglienza, poi, c’è anche il tema della relazione: quella cioè con la madre, con il luogo biologico che darà accesso alla possibilità di diventare una vita attuale, reale.
Lei però parla ancora di “possibilità di diventare una vita attuale”. La vita umana vera e propria, i suoi diritti individuali, quando cominciano? Si può risolvere questo dilemma bioetico, come lei rileva in vari passaggi del suo libro, con l’assunto che la vita potenziale mette in gioco un altro soggetto, la madre, mentre quella “attuale”, dopo la nascita, mette in gioco il bambino e basta?
Certamente sì. Sono due concetti molto diversi, infatti. Un conto è la potenzialità, un conto è la vita attuale. Personalmente penso che anche la vita potenziale abbia diritto a forme di tutela, di rispetto, ma questo non toglie che quando si tratta di prendere decisioni – e la bioetica è fatta di decisioni anche molto difficili – bisogna fare una lista delle priorità e di chi è più importante tutelare. Quindi la potenzialità di vita ha un valore, la vita attuale ne ha un altro. Maggiore.
E quando finisce, invece, la vita umana?
Questa è un’altra questione molto importante, su cui saremo presto chiamati a decidere. Supponendo che rimanga tutto com’è, cioè che il nuovo Governo Monti non intervenga sul tema, è già pronto un disegno di legge (Calabrò) molto brutto, talmente brutto che tanti osservatori del campo politico e culturale italiano l’hanno giudicato inaccettabile e anticostituzionale. La questione del fine vita è un fronte sul quale, se va avanti questo decreto, dovremo tornare a combattere, se necessario con un referendum e comunque andando davanti alla Corte costituzionale per denunciare questo orribile progetto.
Si parla dell’obbligo di alimentazione e idratazione artificiali…
Anche in questo caso siamo di fronte a un uso distorto delle parole. L’alimentazione e l’idratazione artificiali sono meccanismi che entrano in campo in condizioni particolari, estreme: cioè quando la persona non c’è più e c’è soltanto il suo corpo. In queste situazioni, la vita può essere mantenuta attraverso la surrogazione di funzioni fondamentali che non possono più essere svolte autonomamente. Questi meccanismi artificiali vengono internazionalmente definiti cure. E se si chiamano “cure”, noi cittadini dovremmo avere tutto il diritto di rinunciarvi, se non le riteniamo adeguate. Che succede in Italia? Si inventano altre parole: aiuto, sostegno vitale, solidarietà umana. Si cerca cioè di assegnare un nome diverso a una “cura”, affinché – con un imbroglio linguistico – il cittadino sia espropriato del diritto di decidere sul proprio corpo, sulla propria vita e sia “obbligato” ad accettare quell’aiuto.
A proposito di linguaggio, c’è un’ultima parola su cui vorrei che lei si soffermasse: laicità. Secondo lei ha ancora un senso, oggi, parlare di laicità?
Non dovremmo neanche parlare di laicità in una democrazia costituzionale. Perché, per definizione, una tale democrazia dovrebbe essere laica. Nel momento in cui ne parliamo, significa che siamo molto ammalati. Vuole dire che la laicità ci sta sfuggendo dalle mani e quindi che stiamo vivendo in un Paese che non è più neanche una democrazia. Anche qui, se la parola laicità è troppo difficile, controversa, distante, sporcata da molteplici interpretazioni, allora parliamo di democrazia: quella la capiscono tutti!

mercoledì 23 novembre 2011

"Cercavi giustizia ma trovasti la legge (40)"

Il colpo di coda della Roccella
di Paolo Izzo

In una famosa canzone, Francesco De Gregori usava questo paradosso per indicare la distanza siderale tra esseri umani e diritti umani. Uno sgradevole colpo di coda del Governo uscente, assestato dal sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, non fa che confermare il teorema. Da un lato ci sono esseri umani con malattie genetiche trasmissibili che vorrebbero avere ugualmente dei figli sani, grazie al progresso della scienza in materia di diagnosi pre-impianto e di fecondazione assistita. Dall'altro, la loro umana speranza viene impedita dalle norme disumane della Legge 40, che Roccella ratifica uscendo per ultima da palazzo Chigi e sbattendo la porta con la sua proverbiale pietas cattolica. "Siete malati e non avrete figli": questo il messaggio finale. A meno che, potremmo aggiungere, non vi riduciate in stato vegetativo: in quel caso, come sottolineava un altro campione dei diritti umani riferendosi a Eluana Englaro, nulla vi vieterebbe di procreare. Che bravi questi cristianissimi "difensori della vita", quando si tratta di non nati e di morti viventi: il peccato mortale, che il loro dio li perdoni, è soltanto quello di essere vivi.

da Il Fatto 17.11.11 e l'Unità 18.11.11
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