lunedì 28 novembre 2011

Per le donne, contro i paladini della non-vita

intervista a FILOMENA GALLO (*) di PAOLO IZZO

(*) Segretario nazionale della "Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica"


Nel lontano febbraio 2008 Emma Bonino denunciò che in Lombardia erano rimasti solo 2 o 3 ginecologi disposti ad ottemperare alla legge 194 e quell'allarme passò quasi inosservato. Oggi la Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l´applicazione della 194) rende noto che in tutta Italia rimangono soltanto 150 medici non obiettori di coscienza. Tra poco nel nostro Paese non sarà più possibile abortire?

Esistendo una legge che prevede l'obiezione di coscienza è ovvio che ci siano medici che attuano questa possibilità. Però, innanzitutto, non deve essere interrotto il servizio medico-sanitario e l'Azienda ospedaliera dovrebbe garantire la continuità del servizio: quindi le donne dovrebbero cominciare a denunciare, cosa che attualmente non avviene perché la donna che deve abortire ha dei limiti temporali da dover rispettare e quindi è più occupata a trovare la struttura idonea, il che si trasforma in un pellegrinaggio nei vari ospedali pubblici.
C'è una mancanza di applicazione delle norme: la 194 è una legge che tutela la maternità e prevede l'interruzione di gravidanza laddove sussistano gravi problemi per la salute della donna che, come affermato dalla Corte costituzionale, nella scala dei diritti sta ad uno scalino più alto rispetto al nascituro. Dovrebbe essere possibile anche nelle strutture private eseguire l'aborto. Ma il medico obiettore non dovrebbe poter lavorare poi nel privato. Oggi possiamo accedere alla sanità privata per tutto, ma non per abortire.


Come mai?

Credo che ciò non sia possibile perché si vuole esercitare un controllo senza senso sulla metodica. Non si riducono gli aborti con i divieti e i percorsi ad ostacoli ma con politiche di prevenzione e intervento mirate! Poi non c'è solo il medico obiettore di coscienza. Ci sono altre figure professionali, come gli anestesisti, che sono coinvolte. Io faccio a volte un parallelo: anche la legge 40 prevede l'obiezione di coscienza, ma siccome è un settore specifico, peraltro molto nel privato, chi ci lavora sa su cosa lavora e l'obiezione di coscienza è inferiore. Poi, quando nel pubblico vengono rifiutate le applicazioni di alcune tecniche di fecondazione assistita, il medico non si dichiara obiettore, però dichiara che si tratta di una scelta aziendale. Quindi credo che la responsabilità sia da ascrivere non solo ai medici, ma anche alle aziende ospedaliere per le politiche che determinano.


Quali sono gli estremi per le denunce? L'omissione di soccorso è tra questi?

Sicuramente l'abuso di ufficio, in quanto non si garantisce la continuità di un servizio. Ma si configura anche l'omissione di soccorso, nel momento in cui la donna si trova alla settimana limite e può essere in pericolo la sua salute.


Un farmacista può essere obiettore di coscienza?
No. E anche in quel caso ci troveremmo in presenza di un abuso di ufficio. Perché il farmacista è obbligato a fornire un farmaco se c'è una prescrizione medica: non si può sostituire al medico, che è l'unico abilitato a prescrivere l'uso di quel farmaco.


Un'altra questione recente è la legge regionale 160, presentata in Piemonte, che prevederebbe sovvenzioni a organizzazioni cattoliche per dissuadere e comunque per schedare le donne che si rivolgano agli ospedali per interrompere una gravidanza.
Questa legge è passibile di procedura costituzionale, perché verrebbero intaccate le libertà personali della donna. Leggendo il testo si evince che questi "Centri della tutela della maternità e della vita" dovrebbero convincerla a non abortire, di fatto sostituendosi ai consultori. Dal nostro ordinamento stanno scomparendo i consultori, che sono il centro primo di ascolto per le famiglie. Se una donna abortisce, applicando alla lettera la 194, lo fa per un preciso motivo: viviamo in un Paese dove non si fa prevenzione per tutto ciò che riguarda le malattie sessualmente trasmissibili, non si fa nessuna informazione né educazione sessuale nelle scuole.
La 194 non serve a favorire l'aborto per la ragazza che non ha usato metodi contraccettivi, ma a tutelare la salute della donna e del nascituro. E interviene in alcune fattispecie concrete: prevedendo perciò anche l'intervento dei servizi sociali e del Comune, affinché un limite economico non debba portare a una interruzione di gravidanza. L'intervento dei "Centri della tutela" e delle associazioni pro-life, pur autorizzati dall'Azienda sanitaria locale, vanno di fatto a violare la privacy della donna che ha intenzione di abortire. L'aborto non è una passeggiata e nel momento in cui prendi una decisione del genere non devi avere la persona che ti tartassa per motivi religiosi per farti recedere da questa volontà o da questa scelta sofferta.


C'è il paradosso, quindi, di non fare prevenzione e poi di impedire alle donne di accedere alla 194. Qualcosa di simile accade anche per la legge 40?
Dipende sempre da mancanza di prevenzione e di informazione. Si deve sottolineare che l'applicazione della 194 ha fatto scomparire l'aborto clandestino in Italia, pur essendoci ancora il problema per le donne immigrate e chi oggi si professa medico pro-life probabilmente è il medico che potrebbe farlo clandestinamente. Inoltre va segnalato che non c'è più la morte delle donne che abortiscono, piaga molto presente prima della legge 194. Stessa cosa per la legge 40: pur prevedendo la stessa legge una campagna di informazione sulla prevenzione dell'infertilità, questa viene completamente disattesa!
A noi non serve un sottosegretario che vada a evidenziare che le donne scelgono di avere bambini in età sempre più avanzata. A noi serve un ministro della Salute che tuteli la salute di tutti, facendo campagne informative per tutte le patologie, tra cui quella dell'infertilità.


Quali sono le cause dell'infertilità e della bassa natalità in Italia?
Intanto, attualmente, è sempre la donna che fa un passo indietro e a volte rinuncia a maggiori incarichi di lavoro, oppure quel lavoro è a tempo determinato o, peggio, a nero; è lei che si occupa di una famiglia anziana che non ha giusto apporto di assistenza dai servizi sociali, dal… welfare. Mancano gli asili, l'assistenza per la famiglia: se lavori e non hai una mamma o una suocera giovane, devi mettere in conto una quota per un asilo privato o per una baby sitter. Il sistema francese dov'è?
In Francia una famiglia che paga una baby sitter stacca un pagamento regolare da un carnet, certificato dallo Stato, e lo scarica dalle tasse… In Italia tutto questo non c'è e quel vuoto di welfare viene colmato dalle donne, il cui orologio biologico è lo stesso delle donne francesi, ma quando qui cominci ad avere difficoltà ad avere un bambino, lo Stato si accanisce con leggi che rendono il percorso ancora più difficile.


Ma non dovremmo far parte anche noi dell'Europa?
Infatti abbiamo una risoluzione del Parlamento europeo del febbraio 2008 che invitava tutti gli Stati membri a garantire un accesso universale alle tecniche di fecondazione assistita e a rimuovere le cause che possono determinare condizioni di infecondità, tra cui le cause sociali. E il nostro Stato cosa fa? Nulla. E non ci si rende conto che la genitorialità cosciente e responsabile che il Movimento per la vita e tutte le associazioni e i politici pro-life vanno ad esaltare, di fatto è impedita da politiche inidonee a livello sociale.


A proposito dei paladini della sacralità della vita, dal momento che sembrano occuparsi più dei non-nati o delle persone in stato vegetativo, viene più volte di pensare che in realtà siano paladini della non-vita… Cosa dobbiamo aspettarci in tema di testamento biologico?
Per tutto quello che riguarda la vita umana io parto da un unico presupposto: ci deve essere il rispetto della volontà della persona. E ciò vale per il testamento biologico, per l'eutanasia e anche per chi, non volendo decidere, in caso di uno stato vegetativo si affida alla assistenza del medico. Ma anche in questo caso deve avere la giusta assistenza. Attualmente gli viene data tutta, guarda caso, da istituti privati religiosi che però prendono soldi dallo Stato italiano: perché questa carità e solidarietà cristiana, giacché lo Stato del Vaticano ha tantissimi soldi, deve prendere soldi dalla Sanità pubblica italiana? Lo Stato italiano da parte sua dovrebbe invece intervenire nelle strutture pubbliche o private ma non a carattere religioso. E solo così ci sarebbe una assistenza "giusta".
Dice correttamente che si occupano della non-vita: sono anni che chiediamo venga aggiornato il nomenclatore tariffario, che ci sia un aggiornamento dei Lea, parliamo cioè di assistenza ai soggetti più bisognosi, i malati, che invece sono completamente dimenticati dall'agenda politica. Di fatto questa classe dirigente della non-vita predica bene e razzola male. Allora dovrebbe dirlo esplicitamente: "noi vogliamo imporre la nostra volontà a tutti!". Invece non lo fa, ma crea tantissimi paletti alla libertà delle persone con leggi cattive che poi vengono magari interpretate o cancellate da buoni giudici, perché dannose per la salute e lesive dei diritti costituzionali rilevanti. Dovrebbe essere il contrario: dovrebbe essere il Parlamento a fare buone leggi.


Tornando alla fecondazione assistita, c'è stato invece un tentativo in extremis da parte del sottosegretario Eugenia Roccella per far confermare linee guida anche peggiorative di una cattiva legge. Si aspetta che il nuovo ministro della Salute, Renato Balduzzi, molto legato ad ambienti cattolici, le ratifichi o le respinga?
Intanto il tentativo della Roccella è fallito perché attualmente sono in vigore le linee guida del 2008. Dal ministro, giacché è anche un docente di diritto e ha un ruolo da tecnico, mi aspetto che faccia il tecnico: non c'è urgenza che vengano emanate queste linee guida perché siamo in attesa dell'udienza in Corte costituzionale sull'eterologa; inoltre le linee guida dovrebbero recepire la giurisprudenza di questi anni che ha dato un'interpretazione costituzionalmente orientata della legge 40, prevedendo che l'accesso a tecniche medico-sanitarie sia consentito a tutti coloro che ne hanno bisogno, compreso chi potrebbe avere figli in modo naturale, ma che di fatto è considerato infecondo perché evita di avere una gravidanza per non trasmettere gravi malattie.


Anche nel colpo di coda di Roccella c'è un infierire sulla donna, perché se un uomo è affetto da una malattia genetica trasmissibile può accedere alla fecondazione assistita. Mentre la donna no. Perché questo odio contro le donne?
Viviamo un'epoca in cui la donna deve essere punita in tutti i modi, e lo dimostrano leggi come la legge 40 o anche solo il diniego di epidurale: c'è una cultura che prevede che la donna italiana sia trattata nel peggiore dei modi. Eppure la donna rappresenta una risorsa importantissima in questo paese, ma viene punita con leggi di ispirazione ideologica e non valorizzata come giusto che sia. Potrebbe essere una risorsa anche per il mondo del lavoro, ma quanto dovremo ancora attendere affinché tutto ciò sia compreso da quei decisori politici attualmente solo al maschile?

giovedì 24 novembre 2011

Cittadini bioeticamente sensibili – Intervista a Marina Mengarelli

di Paolo Izzo



Marina Mengarelli, sociologa, presenterà il suo libro “A che serve la bioetica?” (Ed. L’Asino d’Oro – prefazione e postfazione di Carlo Flamigni) oggi alle 16.30 alla libreria Amore e Psiche di Roma (via S. Caterina da Siena 61), con Emma Bonino, vicepresidente del Senato, la ginecologa Mirella Parachini, la giornalista Mirella Taranto e Filomena Gallo, avvocato e segretario dell’Associazione Luca Coscioni. Un parterre femminile d’eccezione per un pamphlet che chiarisce molto sulla bioetica e che risponde con semplicità alle questioni cosiddette “eticamente sensibili”. I proventi del libro andranno proprio alla Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Come sottolinea l’autrice, «è una dedica e una piccola forma di aiuto, perché ho un grande rispetto e anche una grande speranza nell’associazionismo, quando si impegna a far capire a più persone possibile temi come quello della bioetica».
Dottoressa Mengarelli, cominciamo proprio dal titolo del suo libro: “A che serve la bioetica?”
Rispondere a questa domanda secondo me è molto più interessante della parola “bioetica” in sé, che è complicata e difficile. Bisogna far capire quanto in essa ci siano cose essenziali e semplici, che riguardano le vite e i diritti dei cittadini: libertà di opzione, libertà di cura, salute. La bioetica però può essere intesa in due modi completamente diversi: come strumento al servizio dei cittadini e della loro autodeterminazione, oppure come strumento per un paternalismo bioetico, oggi prevalente in Italia, che è un nemico feroce della autodeterminazione.
Quale “dovrebbe” essere il fine della bioetica, allora?
Far crescere il numero di cittadini in grado di conoscere da soli quello che lo sviluppo della scienze e delle tecnologie propone, anche nelle sue complicazioni e e difficoltà. L’obiettivo è quello di mettere le persone nelle condizioni di essere “decisori” di se stessi, con delle informazioni disponibili.
Il Comitato Nazionale di Bioetica serve a qualcosa in questo senso?
Serve a seconda di ciò che in ciascun Paese è stato strutturato intorno a questi argomenti. La scienza ci ha mostrato i cammini possibili: a seconda dell’idea che si ha nella testa, la bioetica viene disegnata al servizio dei cittadini – e questo accade in Paesi diversi dal nostro – o più al servizio di un’idea teorica e direttiva di quello che “deve” essere la bioetica. Il CNB italiano, a differenza di uno dei più famosi in Europa che è quello francese, è già di per sé molto diverso, perché è al servizio del Consiglio dei Ministri: chiaramente è un organo di tipo politico. Quello francese, invece, ha la sua derivazione – i suoi membri, cioè, sono decisi – dalla Presidenza della Repubblica, cioè è super partes rispetto alla politica. Già da questa differenza si capisce in che Paese viviamo: da noi il CNB è un organismo al servizio della politica, mentre in Francia è al servizio della comunità.
A proposito di politica, nel libro rileva spesso l’importanza delle parole in campo bioetico. Per esempio da noi si parla di “Procreazione” Medicalmente Assistita o di “adozione degli embrioni orfani”: sono espressioni che danno già una connotazione cristiano-politica al tema trattato?
Esatto. Si parla molto, nel libro, del linguaggio che viene usato per definire gli argomenti. Perché il linguaggio è un modo di costruire la realtà. Semplicemente, un certo suo uso significa farne scaturire una interpretazione e una conoscenza già orientate: dove noi per esempio diciamo “procreazione”, termine più vicino a una sensibilità di tipo cattolico, in altri Paesi si utilizza “artificial insemination”.
Tre episodi recenti. In extremis rispetto a un regime che stava crollando, Eugenia Roccella ha confermato le linee guida della famigerata legge 40 – nonostante avverse sentenze da parte dei Tribunali in materia di fecondazione assistita – a scapito delle coppie (anzi, delle donne!) affette da malattie genetiche; qualche tempo prima, una statistica aveva rilevato come in Italia siano così tanti gli obiettori di coscienza negli ospedali, che sono rimasti soltanto 150 ginecologi disposti a praticare aborti in osservanza alla legge 194; mentre è recentissima la notizia che in Piemonte è stata proposta la Legge regionale 160, che prevederebbe un apposito spazio (e il sostegno economico) di volontari cattolici, nei consultori delle strutture sanitarie, con il compito di dissuadere le donne che vogliono abortire e, di fatto, di schedarle. C’è un filo che lega questi tre passi… indietro?
Sì: un clima complessivo culturale da cui non può che venire fuori una bioetica come quella che viene praticata in Italia, cioè paternalista. E’ una bioetica che si mette al posto del cittadino e gli dice come si deve comportare, ma non rispetto al traffico, al colore che deve avere il semaforo per attraversare la strada, ma rispetto alla sua stessa vita! Ed è per questo che è importante che le persone capiscano le parole della bioetica, cosa c’è “dentro” la bioetica: la libertà delle persone, c’è!
“A che serve la bioetica?” esce con l’Asino d’oro, che è anche l’editore dei libri dello psichiatra Massimo Fagioli, il quale a più riprese, partendo dalla psichiatria ma anche intervenendo sui temi della bioetica, è stato drastico: «Lo Stato deve togliersi di mezzo nei rapporti privati, addirittura intimi. In particolare nel rapporto uomo donna» e in quello tra medico e paziente… Cosa ne pensa?
E’ un punto di vista che personalmente mi sento di condividere. Sulle questioni della libertà di coscienza farei addirittura un ragionamento, a questo punto, che va al di là del rapporto col medico. Anche nella relazione tra cittadino e rappresentante, viene spesso tirato fuori il paravento della libertà di coscienza… dell’eletto! Il quale, per evitare di prendere una decisione, va ad influire su un’altra libertà, che è quella del cittadino rispetto alla autodeterminazione.
Stiamo parlando della vita delle persone. Secondo lei quando ha inizio la vita?
La vita personale, individuale secondo me comincia non prima che l’embrione si annidi nell’utero. Fino a quando non c’è una madre che lo accoglie, l’embrione in sé è virtuale, cioè non ha nulla della “attualità”. Potrà avere accesso a un percorso di attualizzazione della sua virtualità soltanto grazie a una donna che lo accoglie. Oltre all’accoglienza, poi, c’è anche il tema della relazione: quella cioè con la madre, con il luogo biologico che darà accesso alla possibilità di diventare una vita attuale, reale.
Lei però parla ancora di “possibilità di diventare una vita attuale”. La vita umana vera e propria, i suoi diritti individuali, quando cominciano? Si può risolvere questo dilemma bioetico, come lei rileva in vari passaggi del suo libro, con l’assunto che la vita potenziale mette in gioco un altro soggetto, la madre, mentre quella “attuale”, dopo la nascita, mette in gioco il bambino e basta?
Certamente sì. Sono due concetti molto diversi, infatti. Un conto è la potenzialità, un conto è la vita attuale. Personalmente penso che anche la vita potenziale abbia diritto a forme di tutela, di rispetto, ma questo non toglie che quando si tratta di prendere decisioni – e la bioetica è fatta di decisioni anche molto difficili – bisogna fare una lista delle priorità e di chi è più importante tutelare. Quindi la potenzialità di vita ha un valore, la vita attuale ne ha un altro. Maggiore.
E quando finisce, invece, la vita umana?
Questa è un’altra questione molto importante, su cui saremo presto chiamati a decidere. Supponendo che rimanga tutto com’è, cioè che il nuovo Governo Monti non intervenga sul tema, è già pronto un disegno di legge (Calabrò) molto brutto, talmente brutto che tanti osservatori del campo politico e culturale italiano l’hanno giudicato inaccettabile e anticostituzionale. La questione del fine vita è un fronte sul quale, se va avanti questo decreto, dovremo tornare a combattere, se necessario con un referendum e comunque andando davanti alla Corte costituzionale per denunciare questo orribile progetto.
Si parla dell’obbligo di alimentazione e idratazione artificiali…
Anche in questo caso siamo di fronte a un uso distorto delle parole. L’alimentazione e l’idratazione artificiali sono meccanismi che entrano in campo in condizioni particolari, estreme: cioè quando la persona non c’è più e c’è soltanto il suo corpo. In queste situazioni, la vita può essere mantenuta attraverso la surrogazione di funzioni fondamentali che non possono più essere svolte autonomamente. Questi meccanismi artificiali vengono internazionalmente definiti cure. E se si chiamano “cure”, noi cittadini dovremmo avere tutto il diritto di rinunciarvi, se non le riteniamo adeguate. Che succede in Italia? Si inventano altre parole: aiuto, sostegno vitale, solidarietà umana. Si cerca cioè di assegnare un nome diverso a una “cura”, affinché – con un imbroglio linguistico – il cittadino sia espropriato del diritto di decidere sul proprio corpo, sulla propria vita e sia “obbligato” ad accettare quell’aiuto.
A proposito di linguaggio, c’è un’ultima parola su cui vorrei che lei si soffermasse: laicità. Secondo lei ha ancora un senso, oggi, parlare di laicità?
Non dovremmo neanche parlare di laicità in una democrazia costituzionale. Perché, per definizione, una tale democrazia dovrebbe essere laica. Nel momento in cui ne parliamo, significa che siamo molto ammalati. Vuole dire che la laicità ci sta sfuggendo dalle mani e quindi che stiamo vivendo in un Paese che non è più neanche una democrazia. Anche qui, se la parola laicità è troppo difficile, controversa, distante, sporcata da molteplici interpretazioni, allora parliamo di democrazia: quella la capiscono tutti!

mercoledì 23 novembre 2011

"Cercavi giustizia ma trovasti la legge (40)"

Il colpo di coda della Roccella
di Paolo Izzo

In una famosa canzone, Francesco De Gregori usava questo paradosso per indicare la distanza siderale tra esseri umani e diritti umani. Uno sgradevole colpo di coda del Governo uscente, assestato dal sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, non fa che confermare il teorema. Da un lato ci sono esseri umani con malattie genetiche trasmissibili che vorrebbero avere ugualmente dei figli sani, grazie al progresso della scienza in materia di diagnosi pre-impianto e di fecondazione assistita. Dall'altro, la loro umana speranza viene impedita dalle norme disumane della Legge 40, che Roccella ratifica uscendo per ultima da palazzo Chigi e sbattendo la porta con la sua proverbiale pietas cattolica. "Siete malati e non avrete figli": questo il messaggio finale. A meno che, potremmo aggiungere, non vi riduciate in stato vegetativo: in quel caso, come sottolineava un altro campione dei diritti umani riferendosi a Eluana Englaro, nulla vi vieterebbe di procreare. Che bravi questi cristianissimi "difensori della vita", quando si tratta di non nati e di morti viventi: il peccato mortale, che il loro dio li perdoni, è soltanto quello di essere vivi.

da Il Fatto 17.11.11 e l'Unità 18.11.11
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martedì 22 novembre 2011

Hai malattie genetiche? Peccato, era meglio se eri sterile

Fecondazione vietata a chi ha malattie genetiche
Repubblica - 16 novembre 2011

Ecco le nuove linee guida. Ma scoppia la protesta: "Schiaffo alle coppie e ai magistrati". La pratica era stata ritenuta lecita da numerose sentenze. Perina (Fli): norme stupide e crudeli
ROMA - Hai malattie genetiche? Niente fecondazione assistita concessa invece a chi ha l'Aids o l'epatite. Secondo il governo queste tecniche per avere un figlio sono vietate a chi ha la fibrosi cistica, malattie cromosomiche, talassemia. A quelle centinaia di coppie, cioè, che negli anni hanno presentato e vinto ricorsi nei tribunali o si sono sottoposte a cure ed esami per non trasmettere la loro malattia e dare la speranza di un futuro migliore al figlio. Le loro patologie, nonostante le sentenze di Firenze, Roma, Salerno, Bologna, non sono infatti elencate nelle nuove linee guida del Ministero della Salute sulla legge 40, arrivate sul tavolo del Consiglio Superiore di Sanità che deve a giorni esprimere il parere. Linee guida che contengono ancora il divieto alla diagnosi pre-impianto, (praticata in tutt'Italia dopo il sì dei tribunali), e prevedono che gli embrioni prodotti in sovrannumero dovranno essere tenuti nelle regioni e non inviati al centro nazionale creato dall'allora ministro Sirchia, costato 700 mila euro e mai utilizzato.Ed è polemica. Si parla di un "colpo di coda del governo" sulla legge 40. E nel mirino finisce il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella che nei giorni scorsi aveva ribadito il suo no alla diagnosi pre-impianto: "La legge prevede che si tuteli salute e sviluppo di ogni embrione cosa che l'esame non garantirebbe". Dura la reazione della società italiana studi di medicina della riproduzione che accusa il ministero della Salute "di arroccarsi su posizione ideologiche
prive di fondamento scientifico invece che prodigarsi per garantire ai cittadini più deboli la miglior assistenza". "Cancellando le decisioni dei tribunali si finisce per ledere i diritti delle coppie e sprecare denaro pubblico", aggiunge Filomena Gallo, segretario dell'associazione Luca Coscioni mentre Mina Welby invita alla protesta di piazza. Ancor più duro il ginecologo Severino Antinori: "È una decisione oscurantista, liberticida e discriminatoria nei confronti di pazienti con patologie genetiche che avevano una speranza grazie alla diagnosi pre-impianto, riammessa in seguito al mio ricorso alla Corta Costituzionale". Flavia Perina, deputato di Futuro e Libertà non usa mezze misure: "Per impedire che le coppie ricorrano alla diagnosi preimpianto, si favorisce di fatto il ricorso all'aborto. Una politica che dice alle donne: se volete, potete abortire dopo l'amniocentesi, ma non potete in alcun caso prevenire il rischio di trasmissione di malattie genetiche con un esame. Non è solo una scelta stupida, ma innanzitutto crudele". Alle accuse Eugenia Roccella risponde serafica: "Nessun golpe, le linee guida non possono stravolgere la legge 40 che in origine vieta la diagnosi pre-impianto ed è dedicata a chi non è fertile e non a chi è malato. Servono a renderla attuabile. E comunque nessuna sentenza di tribunale può cambiare la legge, può farlo il Parlamento, un referendum. Oppure la corte costituzionale, e infatti in base alla sua sentenza è saltato l'obbligo di impianto di tre embrioni contemporaneamente e abbiamo recepito indicazioni per la tutela della salute della donna". Come dire: chi ha malattie genetiche è considerato fertile e quindi non può accedere alla legge sull'infertilità. Ma così si costringono le coppie ad emigrare, ad avere figli malati o non averli? Il sottosegretario insiste senza cedimenti: "Non c'è solo il diritto delle coppie e penso che ognuno debba far i conti e accettare la propria realtà e condizione. Non si può rispondere ad un ingiustizia naturale con un ingiustizia legale. Se si dice che chi ha patologie ha indebolito il diritto a nascere, non sono d'accordo, non può esserci disuguaglianza tra abili e disabili".

martedì 1 novembre 2011

La fecondazione: un progetto di vita

Dal titolo ci si aspetta chissà che da questo post; in realta è un osservazione personale sul percorso della fecondazione (omologa o eterologa che sia)

Di solito non si arriva subito alla fecondazione assistita, tanto meno alla eterologa (a meno di non avere particolari patologie che gia si conoscono).
Ci sono dei passaggi, è una cosa graduale, ma quando ci si arriva si è gia un pò stanche, un pò provate dalla attesa, dalle visite, dalle domande: ma perchè io no? oppure ma perchè succede a me? ecc.

Ma quando si arriva di solito, si sa che o fai cosi o nulla!
Allora, dico io, ma perchè sento sempre più spesso persone che dicono: proviamo un volta e poi basta! facciamo questo e se non va bene ci fermiamo!
Ma dico: se si intraprende questa strada non bisognerebbe poi tornare indietro!
Bisogna partire convinte, non perdere di vista l'obiettivo e soprattutto AVERE DEGLI OBIETTIVI!
La fecondazione è una strada in salita, la fecondazione eterologa è un percorso di montagna da fare con "gli scarponi" giusti e quando ci sei non puoi e non dovresti tornare indietro.
Bisogna porsi degli obiettivi appunto, e va bene anche mettere dei limiti, un badget, un tempo, ma non ci si può fermare al primo tentativo.
E' ovvio che si spera sempre che vada bene, ma è sempre meglio pensare anche a cosa fare nel caso in cui "non va".

NON è ACCANIMENTO come vogliono farci credere molti benpensanti, è un PROGETTO DI VITA e come tutti i progetti ha bisogno di un inizio, di una programmazione, e di una fine!

Quindi programmate, prevedete e mettete in conto un bel pò di fatica (purtroppo anche un bel pò di soldi, ovviamente sempre che ci siano e comunque si farà un pò di tagli qui o là, si faranno molte rinunce, ma il sacrificio vale la pena).
Quando sarete stanche vi fermate a riposare e vi ricaricate avendo sempre presente l'obiettivo!

BUON VIAGGIO A CHI LO DEVE COMINCIARE E BUON PROSEGUIMENTO PER CHI GIA' E' IN STRADA