giovedì 24 novembre 2011

Cittadini bioeticamente sensibili – Intervista a Marina Mengarelli

di Paolo Izzo



Marina Mengarelli, sociologa, presenterà il suo libro “A che serve la bioetica?” (Ed. L’Asino d’Oro – prefazione e postfazione di Carlo Flamigni) oggi alle 16.30 alla libreria Amore e Psiche di Roma (via S. Caterina da Siena 61), con Emma Bonino, vicepresidente del Senato, la ginecologa Mirella Parachini, la giornalista Mirella Taranto e Filomena Gallo, avvocato e segretario dell’Associazione Luca Coscioni. Un parterre femminile d’eccezione per un pamphlet che chiarisce molto sulla bioetica e che risponde con semplicità alle questioni cosiddette “eticamente sensibili”. I proventi del libro andranno proprio alla Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Come sottolinea l’autrice, «è una dedica e una piccola forma di aiuto, perché ho un grande rispetto e anche una grande speranza nell’associazionismo, quando si impegna a far capire a più persone possibile temi come quello della bioetica».
Dottoressa Mengarelli, cominciamo proprio dal titolo del suo libro: “A che serve la bioetica?”
Rispondere a questa domanda secondo me è molto più interessante della parola “bioetica” in sé, che è complicata e difficile. Bisogna far capire quanto in essa ci siano cose essenziali e semplici, che riguardano le vite e i diritti dei cittadini: libertà di opzione, libertà di cura, salute. La bioetica però può essere intesa in due modi completamente diversi: come strumento al servizio dei cittadini e della loro autodeterminazione, oppure come strumento per un paternalismo bioetico, oggi prevalente in Italia, che è un nemico feroce della autodeterminazione.
Quale “dovrebbe” essere il fine della bioetica, allora?
Far crescere il numero di cittadini in grado di conoscere da soli quello che lo sviluppo della scienze e delle tecnologie propone, anche nelle sue complicazioni e e difficoltà. L’obiettivo è quello di mettere le persone nelle condizioni di essere “decisori” di se stessi, con delle informazioni disponibili.
Il Comitato Nazionale di Bioetica serve a qualcosa in questo senso?
Serve a seconda di ciò che in ciascun Paese è stato strutturato intorno a questi argomenti. La scienza ci ha mostrato i cammini possibili: a seconda dell’idea che si ha nella testa, la bioetica viene disegnata al servizio dei cittadini – e questo accade in Paesi diversi dal nostro – o più al servizio di un’idea teorica e direttiva di quello che “deve” essere la bioetica. Il CNB italiano, a differenza di uno dei più famosi in Europa che è quello francese, è già di per sé molto diverso, perché è al servizio del Consiglio dei Ministri: chiaramente è un organo di tipo politico. Quello francese, invece, ha la sua derivazione – i suoi membri, cioè, sono decisi – dalla Presidenza della Repubblica, cioè è super partes rispetto alla politica. Già da questa differenza si capisce in che Paese viviamo: da noi il CNB è un organismo al servizio della politica, mentre in Francia è al servizio della comunità.
A proposito di politica, nel libro rileva spesso l’importanza delle parole in campo bioetico. Per esempio da noi si parla di “Procreazione” Medicalmente Assistita o di “adozione degli embrioni orfani”: sono espressioni che danno già una connotazione cristiano-politica al tema trattato?
Esatto. Si parla molto, nel libro, del linguaggio che viene usato per definire gli argomenti. Perché il linguaggio è un modo di costruire la realtà. Semplicemente, un certo suo uso significa farne scaturire una interpretazione e una conoscenza già orientate: dove noi per esempio diciamo “procreazione”, termine più vicino a una sensibilità di tipo cattolico, in altri Paesi si utilizza “artificial insemination”.
Tre episodi recenti. In extremis rispetto a un regime che stava crollando, Eugenia Roccella ha confermato le linee guida della famigerata legge 40 – nonostante avverse sentenze da parte dei Tribunali in materia di fecondazione assistita – a scapito delle coppie (anzi, delle donne!) affette da malattie genetiche; qualche tempo prima, una statistica aveva rilevato come in Italia siano così tanti gli obiettori di coscienza negli ospedali, che sono rimasti soltanto 150 ginecologi disposti a praticare aborti in osservanza alla legge 194; mentre è recentissima la notizia che in Piemonte è stata proposta la Legge regionale 160, che prevederebbe un apposito spazio (e il sostegno economico) di volontari cattolici, nei consultori delle strutture sanitarie, con il compito di dissuadere le donne che vogliono abortire e, di fatto, di schedarle. C’è un filo che lega questi tre passi… indietro?
Sì: un clima complessivo culturale da cui non può che venire fuori una bioetica come quella che viene praticata in Italia, cioè paternalista. E’ una bioetica che si mette al posto del cittadino e gli dice come si deve comportare, ma non rispetto al traffico, al colore che deve avere il semaforo per attraversare la strada, ma rispetto alla sua stessa vita! Ed è per questo che è importante che le persone capiscano le parole della bioetica, cosa c’è “dentro” la bioetica: la libertà delle persone, c’è!
“A che serve la bioetica?” esce con l’Asino d’oro, che è anche l’editore dei libri dello psichiatra Massimo Fagioli, il quale a più riprese, partendo dalla psichiatria ma anche intervenendo sui temi della bioetica, è stato drastico: «Lo Stato deve togliersi di mezzo nei rapporti privati, addirittura intimi. In particolare nel rapporto uomo donna» e in quello tra medico e paziente… Cosa ne pensa?
E’ un punto di vista che personalmente mi sento di condividere. Sulle questioni della libertà di coscienza farei addirittura un ragionamento, a questo punto, che va al di là del rapporto col medico. Anche nella relazione tra cittadino e rappresentante, viene spesso tirato fuori il paravento della libertà di coscienza… dell’eletto! Il quale, per evitare di prendere una decisione, va ad influire su un’altra libertà, che è quella del cittadino rispetto alla autodeterminazione.
Stiamo parlando della vita delle persone. Secondo lei quando ha inizio la vita?
La vita personale, individuale secondo me comincia non prima che l’embrione si annidi nell’utero. Fino a quando non c’è una madre che lo accoglie, l’embrione in sé è virtuale, cioè non ha nulla della “attualità”. Potrà avere accesso a un percorso di attualizzazione della sua virtualità soltanto grazie a una donna che lo accoglie. Oltre all’accoglienza, poi, c’è anche il tema della relazione: quella cioè con la madre, con il luogo biologico che darà accesso alla possibilità di diventare una vita attuale, reale.
Lei però parla ancora di “possibilità di diventare una vita attuale”. La vita umana vera e propria, i suoi diritti individuali, quando cominciano? Si può risolvere questo dilemma bioetico, come lei rileva in vari passaggi del suo libro, con l’assunto che la vita potenziale mette in gioco un altro soggetto, la madre, mentre quella “attuale”, dopo la nascita, mette in gioco il bambino e basta?
Certamente sì. Sono due concetti molto diversi, infatti. Un conto è la potenzialità, un conto è la vita attuale. Personalmente penso che anche la vita potenziale abbia diritto a forme di tutela, di rispetto, ma questo non toglie che quando si tratta di prendere decisioni – e la bioetica è fatta di decisioni anche molto difficili – bisogna fare una lista delle priorità e di chi è più importante tutelare. Quindi la potenzialità di vita ha un valore, la vita attuale ne ha un altro. Maggiore.
E quando finisce, invece, la vita umana?
Questa è un’altra questione molto importante, su cui saremo presto chiamati a decidere. Supponendo che rimanga tutto com’è, cioè che il nuovo Governo Monti non intervenga sul tema, è già pronto un disegno di legge (Calabrò) molto brutto, talmente brutto che tanti osservatori del campo politico e culturale italiano l’hanno giudicato inaccettabile e anticostituzionale. La questione del fine vita è un fronte sul quale, se va avanti questo decreto, dovremo tornare a combattere, se necessario con un referendum e comunque andando davanti alla Corte costituzionale per denunciare questo orribile progetto.
Si parla dell’obbligo di alimentazione e idratazione artificiali…
Anche in questo caso siamo di fronte a un uso distorto delle parole. L’alimentazione e l’idratazione artificiali sono meccanismi che entrano in campo in condizioni particolari, estreme: cioè quando la persona non c’è più e c’è soltanto il suo corpo. In queste situazioni, la vita può essere mantenuta attraverso la surrogazione di funzioni fondamentali che non possono più essere svolte autonomamente. Questi meccanismi artificiali vengono internazionalmente definiti cure. E se si chiamano “cure”, noi cittadini dovremmo avere tutto il diritto di rinunciarvi, se non le riteniamo adeguate. Che succede in Italia? Si inventano altre parole: aiuto, sostegno vitale, solidarietà umana. Si cerca cioè di assegnare un nome diverso a una “cura”, affinché – con un imbroglio linguistico – il cittadino sia espropriato del diritto di decidere sul proprio corpo, sulla propria vita e sia “obbligato” ad accettare quell’aiuto.
A proposito di linguaggio, c’è un’ultima parola su cui vorrei che lei si soffermasse: laicità. Secondo lei ha ancora un senso, oggi, parlare di laicità?
Non dovremmo neanche parlare di laicità in una democrazia costituzionale. Perché, per definizione, una tale democrazia dovrebbe essere laica. Nel momento in cui ne parliamo, significa che siamo molto ammalati. Vuole dire che la laicità ci sta sfuggendo dalle mani e quindi che stiamo vivendo in un Paese che non è più neanche una democrazia. Anche qui, se la parola laicità è troppo difficile, controversa, distante, sporcata da molteplici interpretazioni, allora parliamo di democrazia: quella la capiscono tutti!

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