martedì 21 febbraio 2012

Lo specialista: "Troppe donne vanno all'estero e tornano con una gravidanza gemellare"


Alberto Revelli è il responsabile del «Centro di Fisiopatologia della riproduzione e Pma» all’ospedale Sant'Anna. Ha studiato casi, pubblicato ricerche, ma soprattutto ha incontrato «donne a metà». Che a metà non lo sono per niente ma così si sentono perché hanno un desiderio che da sole non riescono a realizzare.

«È un lavoro particolare il mio - dice - credo che scriverò un libro per spiegare quanto sia complicato. Non solo da un punto di vista clinico, intendo».

Etico? Fate nascere vite che altrimenti non esisterebbero? «Ci proviamo. Non sempre ci riusciamo. Quando non accade, la delusione della paziente è un po’ anche nostra».

Com’è lavorare al Sant’Anna? «È l’ospedale ginecologico migliore d’Italia, degno di concorrere con quelli europei. Il punto sono le norme che ci regolano».

Che cosa regolano? L’ospedale o i medici? «Regolano la cosa pubblica. Sono norme anacronistiche. Accade spesso in Italia».

Per esempio? «Siamo in un periodo di austerity e non si bonificano voragini da cui escono euro a cascate perché seguiamo regolamenti vecchi».

Quali voragini? «Molte torinesi ricorrono ai centri pubblici in Lombardia dove non pagano nulla e così si dilapida il fondo per la nostra sanità».

In che modo, scusi? «Il contributo che la Regione Piemonte riserva alle tecniche di procreazione assistita è molto basso. Per questo le pazienti, devono pagare il ticket per prelievi ed ecografie: perché la Sanità possa rientrare un minimo nelle spese».

Ma la Lombardia non si rivale sul Piemonte? «E’ proprio questo il punto. La Lombardia ci chiede un rimborso salatissimo perché da loro il contributo previsto è molto più alto che da noi. Perciò finisce che paghiamo più di quanto avremmo speso se l’inseminazione fosse stata praticata qui. Bisogna fare in modo che la Regione Piemonte rimborsi alla Lombardia la stessa cifra prevista qui. Ciò comporterebbe un risparmio immpediato Piemonte e, nel lungo periodo, costringerebbe la Lombardia a chiedere un ticket alle pazienti piemontesi per rientrare delle spese. Così’ la concorrenza sarebbe sulla qualità, e non sui costi».

Hai mai pensato che le donne torinesi decidano di andare in Lombardia per altre ragioni? «Perché non hanno fiducia nei nostri centri? Lo escludo. Andrebbero all'estero.

Allora è vero che i medici stranieri sono più capaci? «E’ un luogo comune che ancora circola. Lo erano una volta, anche perché in Italia per anni, in particolare tra il 2004 e il 2010, eravamo pieni di leggi e leggine che limitavano sapere ed esperienza dei medici».

Quindi non ci sono ragioni per cui, oggi, una donna che vuole un figlio dovrebbe andare all'estero? «Ci sono, ma solo per quelle pratiche che in Italia non sono consentite».

Come l’«ovodonazione»? «Per la donazione di un ovocita sano della femmina e quella di un seme fertile del maschio. Ci sono parecchie donne, alle soglie dei cinquant'anni, che vanno a Bruxelles, a Barcellona, nei paesi dell’Est, e poi tornano a Torino con gravidanze gemellari e gravissimi problemi, diabete, ipertensione. Anche di queste si fa carico il sistema sanitario piemontese».

E ci mancherebbe. Scusi, ma lei non parla che di costi e spesa pubblica? «E anche di moralità. Di cui il nostro lavoro non può fare a meno. Vogliamo discutere, per esempio, del 20-30 per cento di pazienti indigenti che ricorrono alla fecondazione?».

Tutti hanno diritto a avere un figlio. O no? «Sì, ma poi un figlio ha diritto di essere mantenuto. Se una coppia si presenta con l'esenzione totale per reddito mi chiedo come potrà mai crescere un figlio».

Poveri, ricchi, donne giovani, più mature. Pare che l'infertilità sia un problema diffusissimo. E' così? «E’ così per ragioni principalmente sociali: le donne rimandano la gravidanza. Aspettano di laurearsi, poi cercano un lavoro. E il tempo passa».

Inquinamento, alimentazione, stress. Non hanno nessun ruolo? «Più di quanto si possa credere. Ci sono studi che mettono in relazione l'uso di pesticidi, materiali plastici, tossicità, con l'infertilità maschile. Anche questa è in aumento».

Ma perché, secondo lei, di salute sessuale e riproduttiva si parla così poco? «Ne parliamo poco in Italia. Negli Stati moderni si organizzano corsi fin dalle elementari. L'Italia è un Paese timoroso. Siamo pieni di potenzialità ma piuttosto che cambiare e vivere di slancio teniamo fermi i piedi nel passato. Salvo miracoli, raramente ci schiodiamo da lì».


2 commenti:

Star ha detto...

Il mese prossimo andrò al sant'anna nel centro capitanato da questo Dott-Prof per la mia prima icsi. Leggendo le sue dichiarazioni, in questo articolo ed in altri mi viene la pelle d'oca visto che mi presento con un' esenzione per disoccupazione. Mi assale il dubbio che mi boicottono, mi rendo conto che per l'etica di un medico è fantasia ma non riesco a togliermi questo pernsiero dalla testa e non è certo il modo migliore di approcciarmici, viste anche le percentuali scarse di successo di questi trattamenti. Si batta per una legge migliore nel settore e per non far scappare tutto quel denaro all'estero, ma perchè non fa altro che pensare ai nostri 730, faceva meglio a fare il commercialista, ha talento! Però lo stipendio asl se lo tiene mentre esercita nella sua gelida clinica privata. Complimenti!

aspettandolacicogna ha detto...

cara Star grazie per la tua testimonianza, purtroppo non so cosa risponderti! lo schifo è dover essere costrette a migrare per fare le stesse cose che tranquillamente si potrebbero fare qui in Italia, e questo grazie a molte persone "ben pensanti" la Rocella tanto per citarne una! tienici aggiornata su come andrà. Grazie e in bocca al lupo