lunedì 11 giugno 2012

Breve dialogo con Maria Grazia Giordano, per approfondire...

le domande che le ho fatto:
1) come le è venuta l'idea di questo libro?
2) le storie sono vere?
3) come mai lo ha scritto in questa forma tipo un diario/lettere, come se i personaggi stiano parlando più a se stessi che agli altri?
4) queste storie sono molto tristi, sofferte, come fa una psicologa come Luciana, a tornare a casa dai suoi 5 figli e non portarsi dietro la sofferenze di queste donne? che barriere utilizza? si può essere spettatori di queste sofferenze senza esserne profondamente colpiti?

Maria Grazia Giordano scrive:“ho letto le sue riflessioni e mi hanno colpito così profondamente. Lei ha colto l'essenza profonda di quello che ho scritto e di ciò che è importante per me, la libertà, la libertà di scegliere.
Io, per esempio, non abortirei mai (ma mai dire mai...) ma sono assolutamente favorevole all'aborto, in un paese civile la libertà di scelta è fondamentale, fondamentale che possiamo essere solo noi e la nostra coscienza, senza "ISMI".
In realtà io non voglio mandare messaggi, ciò che penso e cosa farei, riguarda solo me, vorrei invece che le persone parlassero, si informassero seriamente, senza pregiudizi e ipocrisia, che si interrogassero profondamente su questi temi che ci incalzano sempre più da vicino, su cui esistono ancora troppi taboo e superficialità, perchè non accada che "solo nel momento in cui sei costretto a decidere sai veramente come la pensi".

Non so davvero rispondere a come mi sia venuta l'idea del libro. Io ascolto tanto, tutto, alcune cose sedimentano dentro me senza quasi che me ne accorga, appunto fatti, idee, intuizioni su un taccuino, per non perderli.
Mi sono ritrovata con queste storie, una purtroppo è vera, ma con un diverso finale, mi hanno preso la mano in un momento della mia vita in cui avevo probabilmente bisogno di sfogare timori, delusioni, dolore...si sono quasi scritte da sole, è stato catartico.
Ho utilizzato la forma del monologo interiore perchè mi piace (io nasco poeta), ma anche perchè mi sembrava il modo migliore per far "sentire" il dolore. Troppo spesso, purtroppo, siamo portati a riflettere, a porci domande, solo quando siamo "colpiti" emozionalmente e passata l'ondata emotiva dimentichiamo, come fu per il caso di Eluana Englaro, per esempio, tutti a vomitare fiumi di parole, ci fu la corsa al decreto (vergogna!), adesso chi se lo ricorda più che c'è un progetto di legge sul testamento biologico che ci riguarda tutti!!!
Io sono sempre stata sensibile a queste tematiche di "bioetica" forse per educazione, forse per formazione; ho scritto il mio primo testamento biologico che avevo circa 20 anni.
Per rispondere alla sua ultima domanda le dirò che ho conosciuto, anni fa, un ginecologo che aveva cinque figli e lavorava in un reparto di procreazione assistita, ne era il responsabile, mi chiedevo come potesse "capire" le donne che seguiva, ma era il più stimato e, soprattutto, amatissimo. I cinque figli di Luciana sono un "omaggio" a lui. Inoltre ho fatto leggere preventivamente il romanzo ad una mia amica psicologa, per sapere se risultasse "credibile", compreso il personaggio di Luciana, la risposta è stata complessivamente positiva, io mi sono sempre "portata a casa il lavoro", ma ci sono persone che mirabilmente riescono a COM-PRENDERE, ma poi sanno staccare. "

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