martedì 29 gennaio 2013

Fecondazione assistita, non tutto è possibile e non è possibile sempre

Gli aspetti da considerare se si decide di affidarsi alla «tecnocicogna»


Aspettative realistiche, illusioni, disillusioni. Le battaglie per sconfiggere l'infertilità hanno complessi aspetti psicologici

MILANO - Non passa quasi mese che non arrivi una novità sulla procreazione medicalmente assistita, in sigla Pma. Ora, per esempio si parla della mild stimulation, la stimolazione (ovarica) "gentile", con dosaggio ridotto di farmaci, più rispettosa della fisiologia femminile; ma più ancora delle novità tecniche, quelle che colpiscono sono le notizie relative a celebrità divenute (o che stanno per diventare) madri in età avanzata. Tutto contribuisce a dare l’idea che quando si parla di fecondazione assistita tutto sia possibile. E sia possibile sempre. Ma non è così. E ci sono costi fisiologici e costi psicologici da mettere in conto, di cui raramente si parla. Senza dimenticare quelli economici per chi decide di non aspettare i tempi del Servizio sanitario in un ambito in cui il tempo è tutto o quasi.

COSTI ALTI - Stesso discorso vale per chi, volendo ricorrere all’inseminazione eterologa o alla ovodonazione, proibite in Italia, deve rivolgersi a un centro estero. Come d’altronde deve fare chi ha più di 42-43 anni, età oltre la quale pressoché nessuna Regione offre più la Pma in ambito pubblico. Racconta Maurizio Bini, responsabile del Centro di procreazione assistita dell’ospedale Niguarda di Milano: «Fa una certa impressione, arrivando a Barcellona, vedere all’aeroporto cartelloni con una scritta di benvenuto non per i turisti italiani in genere, ma per le coppie italiane». Eh sì, perché in Spagna, come d’altronde in Svizzera, in Inghilterra o a Malta, non ci sono le restrizioni italiane e quello che da noi non è consentito dalla legge là si può in genere fare, pur tenendo conto delle differenze legislative da Paese a Paese. Pagando naturalmente. Cifre che si aggirano, per la semplice inseminazione nell’utero intorno ai 1.000 euro; per ogni ciclo di Fivet (la fecondazione in vitro classica) da circa 3.000 euro fino a 10.000, mentre per la Icsi, la fecondazione in vitro effettuata iniettando lo spermatozoo nell’ovulo, tecnica più complessa che si usa se ci sono particolari difficoltà, i costi salgono di almeno 1.000 euro in più rispetto alla Fivet.


ILLUSIONI - «Basta aprire il portafoglio e si può avere quello che si vuole, pensano tante coppie» sottolinea Elisabetta Chelo, del Centro Demetra per la fecondazione assistita di Firenze. Centro convenzionato con la Regione Toscana e tutto al femminile, dove da sempre si è particolarmente attenti agli aspetti psicologici legati alla Pma. «Si è creata la convinzione - continua Chelo -, complici anche noi medici, che il desiderio di maternità possa venire sempre soddisfatto. Quando dico a una paziente: "Signora lei ha il 10 per cento di possibilità di riuscire a restare incinta", che non è neanche avere un figlio, vedo quasi tutte le donne mettersi dalla parte di quel 10 per cento. Nell’altro 90 per cento ci andrà qualcun’altra». «E se dico "lei ha il 25 per cento di probabilità di successo" - prosegue la ginecologa - capita, e non raramente, che mi senta rispondere: "Bene, basta che tenti quattro volte e il successo è assicurato, lo sanno tutti che 25 per 4 fa cento". Ovviamente non è così: ogni volta si ha la stessa possibilità di restare gravida, solo il 25 per cento. Non vale fare somme o moltipliche. Sarebbe come se pensassi: poiché il 13 sulla ruota di Napoli non esce da un anno, adesso ha tantissime probabilità di essere estratto. Eh no, ad ogni tornata il 13 ha le stesse possibilità di uscire: una su 90, tanti quanti sono i numeri del Lotto. Tanto per dare un’idea della forza delle illusioni, una collega, dunque medico anche lei, 47 anni, mi ha telefonato chiedendo consiglio. Aveva già fatto sette tentativi di Pma senza risultato, mi chiedeva quante possibilità aveva di successo. Alla mia ovvia precisazione: "Naturalmente pensi a un’ovodonazione", la collega si inalberava: si sentiva ancora giovane e non era affatto in menopausa. Ma a 47 anni gli ovociti sono vecchi. Senza ricorrere a un’ovodonazione le speranze di restare incinta sono pressoché inesistenti».

I NUMERI - Precisiamo, dunque, le percentuali. «Sotto i 35 anni le probabilità di successo sono del 25-30%; dai 35 ai 39 anni, vanno dal 15 al 20%, oltre i 42 anni oscillano dal 3% al 5%, a 44-45 anni non ha già più senso tentare» chiarisce la ginecologa Sandra Pellegrini del Centro Demetra. Quindi più si va avanti con gli anni più si rischia di star male inutilmente, non solo dal punto di vista psicologico ed emotivo, ma anche da quello fisico, visti i fastidi legati al prelievo di ovociti e il gonfiore, il senso di pesantezza ovarica, la ritenzione idrica, causati dalla stimolazione ovarica? «Questo almeno non è vero, questi effetti sono legati a livelli ormonali elevati che spesso non si hanno nelle donne in età più avanzata proprio perché non rispondono quasi per niente alla terapia. E, comunque, anche nelle donne più giovani non è detto che questi problemi si manifestino». «Vorrei comunque ribadire che se sulla patologia, per esempio una tuba chiusa, si può intervenire, sull’età no - continua la dottoressa Pellegrini -. Per quanto le tecniche di Pma siano migliorate, e si siano diversificate, non riusciamo a riportare indietro l’orologio biologico».
OVODONAZIONE - Allora, perché mai l’ovodonazione ha successo anche con donne oltre i 45: l’utero non invecchia? «Sì, ma molto meno delle ovaie, e con un buon trattamento ormonale si può "ringiovanirlo", ma ancora l’ovodonazione in Italia non è consentita». «C’è solo da augurarsi che le coppie piene di sogni, e con le idee poco chiare, non incontrino medici decisi a incoraggiarle, anzi a illuderle. Ci sono donne che fanno tentativi su tentativi, quando si sa che dopo sei-sette al massimo (le Regioni di solito ne garantiscono al massino tre o quattro) è inutile insistere» conclude Pellegrini. Ma più di quattro tentativi espongono anche a rischi la donna?«I rischi sono gli stessi ad ogni tentativo e cioè un 4% di iperstimolazione ovarica, spesso evitabile con un po’ di prudenza e un attento monitoraggio, cui si aggiunge una minima possibilità di emorragie e infezioni e, ovviamente, la gemellarità - interviene Bini - ma anche se il rischio non è "cumulativo" per ogni situazione c’è un numero ragionevole di tentativi, poi si scivola nell’accanimento infruttuoso perché ci sono ancora troppe cose che noi medici non conosciamo e non possiamo risolvere».


Un bell'articolo, chiaro e onesto, finalmente!




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